Oggi vi vorremmo presentare un Isulano doc, che sta portando avanti un progetto grandioso, non solo per stesso ma per tutta l'isula: Angelo Lobina e il suo Sardegna 7 summit. Lo abbiamo intervistato in un bel pomeriggio autunnale al Monte Ortobene. Vi auguriamo buona lettura! Bobore Frau
Seven Summits. Con questa locuzione, in gergo alpinistico, ci si riferisce alle vette più alte di ogni continente del pianeta. Angelo Lobina, alpinista nuorese, con il suo progetto ha deciso di avvicinarle, almeno virtualmente, alla sua Sardegna. L'ho voluto incontrare di persona, per farmi raccontare i dettagli di quel mondo inospitale, per farmi raccontare il suo modo di vivere la montagna, il suo modo di essere alpinista.
B: Quando nasce la tua passione per l'attività all'aria aperta?
A: Da bambino, i miei parchi giochi erano il Monte Ortobene e il colle di S. Onofrio. Da ragazzo iniziai a praticare l’escursionismo esplorando il Supramonte “armato" di carta IGM e bussola. A metà degli anni 80 seguivo con interesse il diffondersi di un nuovo sport in Italia…l’arrampicata sportiva. Divoravo i numeri di Alp e Rivista della Montagna. In quegli anni a Nuoro, l'arrampicata sportiva era inesistente. in quegli anni conobbi un ragazzo di Oliena che mi introdusse alla pratica dell’arrampicata e da quel momento fui letteralmente rapito da questa attività. Col tempo sono passato dall'arrampicata al vero e proprio alpinismo. Ci è voluto del tempo, (anni) per maturare la determinazione necessaria per una spedizione all'estero.
B: Perché Sardegna 7 Summit?
A: Perché parte dalla Sardegna, e questo è un aspetto che mi interessa rimarcare. Perché senza una tradizione alpinistica esiste poco confronto, poco accesso alle informazioni, poco dialogo e confronto con chi pratica il tuo stesso sport, di conseguenza la crescita è più difficile. Questo, per un sardo che voglia avvicinarsi alla disciplina, è uno svantaggio inevitabile. Vivendo in Sardegna è più difficile trovare altri alpinisti con i quali condividere le fatiche della preparazione di una spedizione o dei durissimi allenamenti mentre in regioni a maggiore vocazione, l'alpinismo fa parte della quotidianità. Non credo di fare niente di speciale, però sono anche convinto che una indubbia particolarità del progetto sia proprio questa: la sua nascita in un luogo piuttosto distante dalle grandi vette e il numero esiguo di praticanti.
B: Quando hai ideato il progetto?
A: Il progetto è stato ideato in seguito a un viaggio in Argentina, nelle Ande, in compagnia di un amico. Dopo molte difficoltà, legate principalmente al periodo e al nostro tempo a disposizione, siamo riusciti a organizzare la spedizione, senza specifica esperienza, completando la scalata senza aiuti, in “stile alpino” (cioè senza guide e senza portatori e senza campi alti prenotati dalle guide, pianificandola in totale autonomia). Questo è per me un aspetto fondamentale e fa parte di una dimensione intima e personale che mi piace tenere stretta. Non punto al risultato eclatante ad ogni costo. Preferisco pormi traguardi più modesti, usare le mie forze, lavorare autonomamente, ma essere sicuro di dovere il risultato a me stesso.
B: A questo punto mi viene spontaneo chiedere la tua opinione circa le recenti polemiche sugli sherpa e sul presunto sdoganamento dell'alpinismo come sport per il grande pubblico.
A: Si, ho letto qualcosa. Devo dire che per me la montagna è espressione di libertà. Libertà come modulazione dell'impegno che scelgo di affrontare. Questo vale per tutti. Scelgo io come gestire la scalata, come calibrare le forze, come preparare le attrezzature e per quanto possibile voglio praticare un alpinismo libero dagli aiuti. Magari arriverò a un punto in cui, per completare la spedizione ne avrò bisogno, e in quel momento dovrò farci i conti, ma fino ad allora voglio salire con le mie forze. Ma questo fa parte della mia idea di alpinismo, e un'idea può cambiare da una persona all'altra. Quello di chi si affida alle guide ed agli sherpa è un approccio diverso, che io non mi sento né di giudicare né di condannare. Quello che conta più di tutto è essere onesti, innanzitutto con noi stessi. Raccontare sempre la verità. E ammettere, se necessario, di aver usufruito di un aiuto.
B: Essere uno scalatore ha cambiato il tuo approccio con la vita di tutti i giorni?
A: Di sicuro mi permette di affrontarla a testa alta. La montagna, e tutte le attività legate ad essa sono una grande palestra di vita. Ti insegna che anche i problemi che ti possono sembrare giganteschi, si possono affrontare e superare a piccoli passi. Mi permette di guardare con ottimismo anche le situazioni più dure, che inevitabilmente la vita ti pone davanti. Possono essere esperienze negative sul lavoro, dispiaceri in ambito affettivo, cose abbastanza comuni, che tutti, prima o poi viviamo. Situazioni che a volte sembrano più grandi di noi. In quei momenti, come durante una scalata, devi fare ricorso a tutte le tue risorse. Senza panico. Per me questa palestra di vita è stata l'arrampicata, ma può essere anche un'altra attività che, davanti a ostacoli apparentemente fuori portata, ti fornisce la lucida consapevolezza che tutto si può gestire.
B: Come gestisci i rapporti personali?
A: Non è facile per chi ti aspetta a casa gestire un'assenza conscio dei pericoli insiti nell'attività stessa. Anche per me, sapere che a casa ci sono persone in ansia, è una preoccupazione. Non sempre è possibile comunicare e questo non facilita le cose. Sarebbe di sicuro più facile non avere legami, non dover rendere conto a nessuno, ma per ovvie ragioni è impossibile. E' fondamentale far capire ai tuoi cari, cosa significhi per te la montagna, trasmettere un approccio sano, lontano dal fanatismo, dalla ricerca assoluta della prestazione. Mettere in conto che una spedizione può non andare a buon fine, saperlo accettare senza tirare troppo la corda dei rischi. Anche questi sono insegnamenti di cui far tesoro. (A questo punto divento curioso. Dopotutto sono un suo fan, seguo e commento le sue attività e voglio capire come Angelo viva la dimensione sociale del progetto)
B: Senti in un certo senso una responsabilità nei confronti di chi ti segue, di chi crede in te e ripone delle aspettative in quel che fai? In fin dei conti stai portando i 4 mori in cima al mondo, mica chiacchiere! Dovrebbe riguardare un po' tutti!
A: Le aspettative mi motivano molto, mi sento un pioniere, anche per le motivazioni legate appunto al contesto territoriale in cui vivo. Mi fa piacere e mi motiva che altre persone riconoscano questo progetto come una ricchezza. Che si sentano parte del progetto stesso e me lo dimostrino anche con piccoli gesti. Mi piace inoltre pensare di portare un messaggio, non solo a Nuoro ma in Sardegna: un grande progetto ha bisogno di essere sognato e inseguito. Poi può anche andare male, ma provare è d'obbligo. "E se l'ha fatto un Angelo Lobina lo posso progettare anch'io!"
B: Ti posso chiedere di raccontarmi un'esperienza bella e una brutta legate alla montagna?
A: Giudico positivo tutto quello che vivo come alpinista. Un'avventura in montagna rappresenta sempre un arricchimento, ti insegna sempre qualcosa. E' un metterti in gioco, sondare il tuo limite come uomo e fare luce in quelle zone d'ombra che, vivendo una vita piatta e senza scossoni non potresti mai conoscere. Mettendoti alla frusta hai la possibilità di conoscerti davvero, sorprenderti di te stesso e capire cosa ti manda in crisi per essere più forte e più preparato la volta successiva. Nella vita quotidiana questo non è sempre possibile. Un aspetto negativo può diventare il rapporto con gli altri. La convivenza stretta con i compagni, da cui dipende l'esito della spedizione stessa, a volte può diventare molto stressante e diventa facile perdere l'equilibrio. Bisogna essere in grado di ricomporre le cose.
B: Quanto dura la preparazione, sia fisica che logistica?
A: Si può dire che la preparazione fisica non smetta mai. Dura tutta l'anno. Cerco di tenermi allenato anche nei piccoli spiragli di tempo concessi dal lavoro. Quando possibile cerco di andare in bici anche sul posto di lavoro. La preparazione logistica dura circa otto mesi e prevede la raccolta di tutte le informazioni utili possibili, dalle mappe del territorio alle relazioni delle spedizioni precedenti, da cui è possibile provare ad analizzare i pro e i contro. Spesso trovare questo tipo di informazioni non è facile, causa ancora una volta il contesto territoriale da cui parte la spedizione. (A questo punto estraggo la fotocamera dallo zaino mentre Angelo si imbratta le mani di magnesite. Prova un paio di prese. Il posto gli piace. Accenna un sorriso.) A: Ritieniti fortunato, sei riuscito a riportarmi al Monte Ortobene dopo due anni e mezzo di assenza! (Ci scappa una risata. Gli faccio ancora qualche domanda.)
B: Che consiglio daresti a un neofita desideroso di avvicinarsi all'alpinismo?
A: L'arrampicata è una buona anticamera. Uno sport "duro", fatto di gesti tecnici su cui è necessario intestardirsi. Richiede pazienza, si procede per gradi, senza fretta, senza buttarsi giù al primo ostacolo. Non bisogna mai dare per scontato un risultato, altrimenti si rischia di cadere nello sconforto. Io consiglio sempre di cercare la dimensione del divertimento, del gioco. Diversamente non si va avanti. Dopotutto è un'attività che si fa per piacere, non ce l'ha ordinato nessuno.
B: Quale sarà la tua prossima meta? E qual è lo "stato di avanzamento dei lavori"?
A: La prossima sarà l'Everest. Ho iniziato a pianificarla già al rientro dal Denhali e ho raccolto diverse notizie sul percorso. Ora mi sto organizzando con quattro ragazzi del nord Italia, anche loro vorrebbero farla a marzo 2017, così stiamo pensando di organizzare una spedizione insieme per evitare l'agenzia e limitare i costi, che si aggirano tra i 30mila e gli 80mila euro. Noi vorremmo organizzare una spedizione minimalista, sia per obblighi di budget che per scelta personale. Vorremmo muoverci nel modo più leggero possibile, limitando al massimo gli aiuti esterni. Io personalmente vorrei evitare di usare l'ossigeno e per fare questo dovrò partire circa due settimane prima. Questo periodo mi servirà per abituare il corpo alla quota secondo un preciso piano di acclimatamento che prevede diverse salite e diverse soste a quote diverse. La scalata finale, oltre che dal fattore umano, dipenderà dalle condizioni meteo che si dovranno verificare favorevoli in un periodo di tempo più o meno ristretto e sono piuttosto vincolanti. La tabella di marcia che sto cercando di portare a termine è flessibile e modulabile in base alle mie esigenze. So che non sarà facile senza ossigeno, ma parto almeno con l'idea di provarci.
B: Qual'è il vantaggio dato dall'uso delle bombole di ossigeno e qual è il peso da trasportare per poterne usufruire?
A: Le bombole sono dei cilindri di circa 4 kg, ne servono circa tre o quattro. Aiutano ad alleggerire la sensazione di malessere ma non fanno miracoli. Nella fase di avvicinamento finale fanno si che il corpo avverta la stanchezza di una quota leggermente più bassa, ma di certo non ti riportano alle condizioni del campo base.
B: Quota 8000: la zona della morte. Perchè questo nome?
A: Gli 8000 rappresentano uno spartiacque, non solo psicologico ma fisiologico. Oltre questa quota il corpo umano non è più in grado di adattarsi e va incontro a un costante e inesorabile depauperamento. Fino agli 8000 è possibile abituare il corpo e vivere, oltre si può solo sopravvivere, per un periodo di tempo molto limitato. Alcune spedizioni con finalità di ricerca medico-scientifica hanno studiato le reazioni del corpo umano oltre la zona della morte sottoponendo gli alpinisti a delle semplici prove cognitive e motorie. La maggior parte di loro non era in grado di scrivere il proprio nome. Sembrava scrivessero come bambini di prima elementare. (A questo punto ci scherza sopra.) A: E' certo che oltre quella quota iniziano a morire i neuroni. Ma io ne ho due, gli 8000 cosa mi potranno fare? (Ci scherza, quasi a voler ricordare quella "dimensione del divertimento", ma con la consapevolezza di chi non prende nulla sottogamba.)
B: Ma se le capacità fisiche e mentali sono ridotte al minimo, com'è possibile completare un percorso così impegnativo?
A: L'allenamento serve anche a questo: a far diventare tutti quei gesti un automatismo, anche in condizioni di scarsa lucidità. Scalare deve diventare un'attività talmente meccanica da poter essere completata anche con la mente annebbiata. Col tempo si impara a gestire questa condizione di "ebbrezza", un po' come un ubriaco che, nonostante la scarsa lucidità, riesce a rincasare. Inoltre, l'ultimo tratto, da un punto di vista puramente tecnico non è difficile, è reso impegnativo dalla quota. Se per assurdo potessimo tagliare una fetta di montagna, diciamo gli ultimi metri dalla cima dell'Everest, e trasportarla in una spiaggia ad agosto, probabilmente sarebbe invasa dai bambini che ci salgono sopra per tuffarsi. Purtroppo a quella quota diventa difficile anche camminare!
B: Una volta arrivati in cima... inizia la discesa! Nel momento in cui il corpo ha accumulato la massima stanchezza possibile. Ancora una volta: com'è possibile affrontarla?
A: La discesa non è affatto sinonimo di facilità. Forse è meno faticosa, ma molto più pericolosa. Devi frenare il peso del tuo corpo che tende inevitabilmente a scivolare verso il basso. Ancora una volta diventa fondamentale tenere duro con il corpo e con la mente, non abbassare mai la guardia. La spedizione non finisce in cima. La cima è solo metà strada. La spedizione finisce al campo base e questo dev'essere ben chiaro quando si inizia la discesa. Anche questo modo di pensare, come i gesti di cui abbiamo già parlato, deve diventare un automatismo. Statisticamente è noto che la maggior parte degli incidenti si verifica proprio nella fase finale, probabilmente in seguito a un calo dell'attenzione: una delle trappole più pericolose.
B: Fatto l'Everest mancherebbe solo una vetta al completamento del progetto?
A: L'Everest sarebbe la svolta. L'Antartide non è assolutamente facile, bisogna avere sempre rispetto della montagna, ma una volta fatto l'Everest, il progetto avrebbe molte probabilità di arrivare al termine. (Prendo una pausa dall'incalzante botta e risposta. Chiedo ad Angelo di aiutarmi. Non vorrei aver dimenticato domande importanti. Mi risponde con un mezzo sorriso.)
A: Una cosa che mi chiedono sempre è il fatidico "chi te lo fa fare?"... (E' una domanda che ho evitato accuratamente, forse per timore di banalizzare una passione, o semplicemente per rispetto. A questo punto però, sono curioso di sapere se Angelo abbia una risposta a questa domanda.)
A: Non c'è una risposta. Le persone che mi fanno questa domanda si aspettano una risposta bella e definitiva. Semplicemente rispondi a un impulso interiore e fai quello che ti senti di potere e volere fare. E' una scelta di libertà. E' una forma di espressione e ognuno trova la sua.
B: Hai pensato a cosa farai dopo il Sardegna 7 Summit?
A: Non credo che troverò appagamento da queste due vette. Qualcosa mi verrà in mente. Da poco la mia compagna mi ha chiesto se dopo l'Everest venderò la tuta d'alta quota. E io ho risposto: (con fare sornione alza un braccio indicando un'ipotetica parete di rocca alle mie spalle) A: Aspetta un momento, guarda lassù... mi sembra ci sia una bella via d'arrampicata...(Ridiamo insieme mentre lasciamo il sentiero dell'Ortobene per raggiungere l'auto.) A: Potrei riprendere l'arrampicata, là dove ho interrotto il grado più importante che stessi per realizzare, a un giorno dalla partenza per la prima vetta, nel gennaio 2014.
B: Hai mai pensato di raccontare in un libro il tuo progetto?
A: Mi è stato chiesto più volte di scrivere un libro sul Sardegna 7 summit, ma non saprei. Ne esistono tanti di questo genere e onestamente non so quanto ci sia bisogno di un altro libro. Non vedo niente di speciale che valga la pena di raccontare. Per adesso mi limito a raccogliere degli appunti personali, una specie di diario, ma lo faccio per piacere mio.
Angelo Lobina parla con umiltà e consapevolezza. Prende le distanze dai facili entusiasmi. Non si lascia contagiare dalle forme di autocelebrazione tanto di moda ai tempi dei social network. Rinnovo i complimenti e lo ringrazio a nome di tutta l'associazione Isula Birde per il tempo concesso. Ci salutiamo dandoci appuntamento... alla prossima summit!